MADRI ANAFFETTIVE

Perché è importante oggi parlare di madri anaffettive?

Intanto bisogna partire da una premessa importante: gli affetti e le emozioni (usandole in questo contesto come sinonimi) svolgono la-depressione-maternafin dalle origini dello sviluppo un ruolo di regolazione delle prime interazioni del bambino, oltre che di regolazione del suo mondo intrapsichico in via di formazione, fungendo da prima codifica della realtà circostante. Gli affetti in tal senso fanno da ponte tra il bambino e la realtà che lo circonda.

Gli studi che hanno portato a questo pensiero hanno fatto ripensare al ruolo delle figure di accudimento del bambino, in particolare della madre. La responsività della madre, ovvero la capacità di rispondere ai bisogni del bambino, si delinea quindi anche come capacità di comunicare adeguatamente a livello emotivo. Cioè non è fondamentale solo che la madre sia accudente per ciò che concerne i bisogni primari (fame, sete, cure…) ma diventa fondamentale anche una certa comunicazione affettiva.

Quindi va da sé che la tematica della madre in combinazione con quella dell’affetto diviene fondamentale anche per sensibilizzare ad una consapevolezza del proprio modo di essere genitori in funzione di uno sviluppo infantile adeguato. La consapevolezza è quel fattore che spesso porta a fare quel salto di qualità in un’ottica trigenerazionale, quella rottura di un meccanismo di funzionamento che tende a ripetersi: una madre anaffettiva col proprio figlio probabilmente essa stessa aveva una madre simile dal punto di vista emotivo. Riconoscersi in una struttura di madre anaffettiva potrebbe permettere di risolvere in tempo anche situazioni abbastanza compromesse.

Quando si può parlare di madre anaffettiva? Con quali caratteristiche si manifesta?

Si può parlare di madre anaffettiva quando siamo di fronte alla difficoltà di due funzioni fondamentali: – la disponibilità emotiva (quindi la madre fatica ad interagire emotivamente con il bambino) e – la sintonizzazione e condivisione (ovvero la mamma non riesce a riecheggiare le emozioni attraverso canali comunicativi diversi).

Per intenderci si tratta di una figura materna fredda che tende a non intrattenere un legame fisico con il bambino; dedica al piccolo poco tempo e poche attenzioni delegando per lo più altre persone. Si parla di una madre che fatica a tranquillizzare e contenere il figlio e manca di empatia.

A livello relazionale comunicativo sono madri che non sanno rimproverare, gratificare, sostenere, incoraggiare, proteggere, tranquillizzare, insegnare, ma, sanno solo squalificare, criticare, demotivare, scoraggiare, opprimere, intimidire, ricattare.

Tendono ad avere un rifiuto per le manifestazioni d’affetto (baciare, abbracciare); inoltre la madre anaffettiva tipicamente tende a essere incentrata sui propri bisogni e di conseguenza ad assumere un ruolo di vittima agli occhi del figlio, instillando in quest’ultimo una buona dose di sensi di colpa (“se non fai come dico io, starò molto male).

Perché si diventa madri anaffettive?

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Tornando a ciò che dicevo prima, in un’ottica trigenerazionale, si diventa madri anaffettive laddove si è introiettato un modello relazionale dello stesso tipo, ovvero quando la propria madre era anch’essa carente a livello emotivo.

Ci sono però altre cause che posso portare una madre a comportamenti simili, si pensi ad esempio ad una depressione post-partum non adeguatamente superata, un disturbo di personalità o dell’umore. Sono persone che ad ogni modo hanno un vissuto personale problematico che ha impedito loro di sviluppare un rapporto sano con le emozioni e con se stessi.

Viene spontaneo domandarsi cosa succede allo sviluppo di un bambino che cresce con una madre anaffettiva.

Crescere, o vivere i primi anni di vita (che sono poi i fondamentali per lo sviluppo) con una madre di questo tipo, ovvero con una sorta di deprivazione emotiva è senza dubbio qualcosa di traumatico che contribuirà indubbiamente a costruirsi un’immagine di sé come inefficace e della madre come indisponibile. Si crea quello che nella famosa teoria dell’attaccamento di Bowlby si dice attaccamento insicuro con conseguenze che rendono difficile l’adattamento psicosociale. I disturbi dell’attaccamento segnalano un disturbo globale del sentimento di protezione e sicurezza del bambino e si sviluppano all’interno di relazioni gravemente patologiche in cui risulta alterata la funzione fondamentale del sistema dell’attaccamento: la possibilità che il bambino possa sperimentare un senso di sicurezza interno.

L’impossibilità di accedere alla madre e alla sua disponibilità emotiva attiverà nel bambino comportamenti autoconsolatori o di tipo autoregolatorio.

Inoltre, l’assenza di cure amorevoli nelle prime fasi di sviluppo è responsabile della costruzione di modelli relazionali inadeguati. Queste persone diventeranno probabilmente adulti che tenderanno ad instaurare legami insicuri, caratterizzati da vuoti e da una sorta di fame emotiva che lascerà sempre insoddisfatti.

Alcuni studi ritengono che ci sia poi un’alta probabilità di sviluppare comportamenti antisociali, disordini della condotta in età adolescenziale, propensione al rischio.

Quali possibili soluzioni?

In un’ottica generale sociale posso dire che si dovrebbe partire fin dai primi anni di vita a facilitare l’esperienza emotiva: la relazione come scontro-incontro con l’Altro diventa quindi obiettivo di un’educazione all’emotività che non tende infatti a comprimere le emozioni ma, piuttosto, a renderle comprensibili, accettabili, nominabili, fruibili e condivisibili da tutti e con chiarezza.

 E’ importante educare alle emozioni in quanto rappresentano il veicolo principale delle relazioni: esse permettono di creare i rapporti di base e tutti i rapporti successivi. L’educazione emotiva ha il compito di aiutare il bambino a diventare consapevole delle proprie emozioni e a saper assegnare loro un nome, così da poter comunicare agli altri i propri sentimenti.

In un’ottica individuale, laddove ci si rende conto di avere una difficoltà a livello affettivo è sempre opportuno chiedere aiuto per non entrare in meccanismi relazionali che tendono poi a cronicizzarsi. Un sostegno psicologico permette di rompere quegli schemi disfunzionali che si sono fissati ad esempio proprio tra madre e figlio.

Se senti di aver bisogno di un supporto alla genitorialità puoi fissare un appuntamento per capire quale percorso intraprendere o anche solo per avere qualche consiglio in merito all’argomento.

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