LA CRISI DELLA FIDUCIA NELLE ISTITUZIONI

“Se siamo disillusi è perché ci siamo illusi sulla facilità del compito” (Zagrebelsky, 2007)

fiducia

La crisi della fiducia nelle istituzioni è un fenomeno complesso che invade molti ambiti di studio: la filosofia, che dai tempi di Aristotele si interroga sulle forme di buon governo; la psicologia che studia i processi di costruzione della fiducia a partire dall’infanzia; e in ultimo, le scienze della comunicazione che affrontano la riflessione sui messaggi politici e la formazione dell’opinione pubblica.

La fiducia viene costruita a partire dalla primissima infanzia, Erikson (1982/1984) parla di una “fiducia di fondo” che si costruisce nel primo anno di vita e si manifesta attraverso la sensazione di soddisfacimento dei propri bisogni; le relazioni sociali sono il primo ambiente entro cui si sperimenta l’investimento della fiducia: è proprio l’interazione con l’Altro, attraverso la costruzione di significati comuni, che permette lo scambio di fiducia.

Il concetto poi si allarga alla “fiducia sistemica”, come la definisce Mutti (1998), ovvero la fiducia nelle organizzazioni neturali e sociali, come appunto le istituzioni. E’ necessario osservare che una delle cause di crisi della fiducia è sicuramente la disillusione del cittadino; egli ripone nella democrazia e nelle relative istituzioni alcune aspettative, talvolta utopiche, che vengono grandemente disattese.

Si può parlare oggi di un cittadino spettatore, ben lontano dal ruolo di attore che aveva nella polis greca, oggi la cultura dei media e del consumismo spinge verso una realtà fatta di immagini, una realtà virtuale che crea una certa distanza tra cittadino e politica; si può parlare di una realtà provvista di logiche proprie e gestita solo dalla cerchia di coloro che ne possono fare parte. Questa distanza tra cittadino e istituzione è la causa primaria di un atteggiamento di sfiducia. Nella società attuale la rete sociale dell’individuo si fa sempre più frammentata e i legami sono sempre più deboli: si può dire che il legame non intacca più i piani informali e personali, non si fonda più sulla partecipazione dei vissuti comuni.

PERCHE’ NON SI PARTECIPA ALLA VITA POLITICA?

La ricerca del bene comune viene spesso messa in secondo piano e il cittadino si immerge in quella condizione di “bourgeois”, come la chiamava Toqueville (1951), lontano dalla vita pubblica. L’istituzione non è più uno spazio di scoperta in cui è possibile sperimentare ben-essere, essa diventa un’azienda che obbedisce alle logiche del mercato, ottimizza i costi ed eroga i servizi.

Partecipare significa scambio con l’Altro, presuppone un certo sentimento di appartenenza alla collettività e al territorio; pertecipare prevede dei costi, possedere poche risorse in fatto di tempo, energia e competenze è, talvolta, discriminante e limitante.

Si aprono le porte dunque ad un’ulteriore riflessione sull’importanza di un’educazione alla partecipazione che dovrebbe già partire dai primi anni di vita sui banchi di scuola, questo forte impegno di pedagogia civile potrebbe essere un primo passo verso la costruzione dei valori della democrazia, troppo spesso trascurati; da qui sarebbe possibile l’impegno di tutti verso la cosa pubblica, patrimonio collettivo.

 

 

 

 

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