Bambini: educarli alle emozioni attraverso il dialogo interiore

 

alileo

Ad oggi si investe molto, e sempre più, nella formazione scolastica dei bambini, scegliendo la scuola e la preparazione migliore, si investe nello sport e nell’offrire una vasta gamma di attività extrascolastiche dall’inglese alla musica. Purtroppo però l’educazione emozionale che in primis dovrebbe avvenire all’interno delle mura di casa è lasciata talvolta al caso. Occorre, dunque, dare giusto spazio a quella che viene definita intelligenza emotiva (Goleman, 1997) e che ricopre alcuni ambiti:

  • Conoscenza delle proprie emozioni.
  • Controllo e regolazione delle proprie emozioni.
  • Capacità di sapersi motivare.
  • Capacità di riconoscere le emozioni altrui (empatia).
  • Gestione delle relazioni sociali fra individui e nel gruppo.

La facilitazione dell’esperienza emotiva, nell’autocoscienza del sé e nella relazione come scontro-incontro con l’Altro diventa quindi obiettivo di un’educazione all’emotività che non tende infatti a comprimere le emozioni ma, piuttosto, a renderle comprensibili, accettabili, nominabili, fruibili e condivisibili da tutti e con chiarezza.

Spesso la società odierna offre mille stimoli e mille opportunità per vivere le emozioni; in realtà questi stimoli emotivi sono per lo più virtuali, sganciati da ogni possibilità concreta e spesso anche incongruenti. In questo modo, le emozioni invece di essere un ponte verso l’incontro si trasformano in bombe interiori, da controllare quindi accuratamente e da reprimere dentro se stessi.

Fondamentale diventa allora accompagnare il bambino verso la consapevolezza delle proprie emozioni che sono accompagnate da modificazioni sia di tipo corporeo (sudore, rossore, tremore…) sia di tipo psichico (calo dell’attenzione, amnesia) e che producono reazioni di desiderio o di repulsione e spinta all’azione.

Infine, importante è educare alle emozioni in quanto rappresentano il veicolo principale delle relazioni: esse permettono di creare i rapporti di base e tutti i rapporti successivi. L’educazione emotiva ha il compito di aiutare il bambino a diventare consapevole delle proprie emozioni e a saper assegnare loro un nome, così da poter comunicare agli altri i propri sentimenti.

Insegnare al bambino che è il modo in cui si pensa ad influenzare il modo in cui ci si sente e che quindi non sono le cose che ci succedono a farci sentire tristi, ma ciò che pensiamo a riguardo, lo aiuta ad aumentare il senso di fiducia nelle proprie risorse e motivare sé stessi per raggiungere i propri obiettivi.

Così diventa importante che anche i genitori, come i figli, imparino a conoscere, riconoscere e gestire di volta in volta le emozioni del bambino quali la rabbia, l’eccitazione, la paura, la preoccupazione, la gelosia. Quando i genitori offrono empatia ai loro figli e li aiutano ad affrontare sentimenti negativi come la rabbia, la tristezza e la paura, gettano tra sé e loro un ponte di sincerità e di attaccamento, allo stesso tempo insegnano ai loro figli a fidarsi dei propri sentimenti,  a regolare le  emozioni a risolvere i propri problemi accrescendo la propria autostima, ma anche la sicurezza e la fiducia in se stessi e negli altri.

IL DIALOGO INTERIORE

Le reazioni emotive sono direttamente influenzate dal dialogo interiore ovvero da quel meccanismo per il quale l’individuo elabora una propria visione degli eventi commentando internamente ogni esperienza personale. I nostri pensieri, dunque, influenzano le emozioni e i sentimenti.

Spesso però succede che alcuni nostri pensieri sono irrazionali e negativi (ad esempio pensare “non valgo nulla”, oppure “sarò felice sono quando tutti mi vorranno bene“) e generano stati d’animo spiacevoli, dolore e disagio nella vita quotidiana. Da questa premessa si capisce come sia fondamentale acquisire la capacità di  imparare ad usare un dialogo interiore il più possibile costruttivo.

Come genitori è importante ascoltare e capire i pensieri del proprio figlio annotando le frasi tipiche che essi sono soliti dire nelle situazioni quotidiane. Si noterà come  ci siano delle modalità di pensiero prevalenti (ad esempio potrebbe essere che un bambino ripeta spesso “è troppo difficile”, “non riesco” oppure ” è insopportabile”).

Una volta capita quale è la modalità di pensiero negativo prevalente bisogna aiutare il bambino a correggerla sostituendo il pensiero negativo con uno più costruttivo attraverso un messaggio semplice e breve che non contenga la negazione.

ALCUNI ESEMPI

Pensiero negativo: “è una cosa impossibile” si trasforma in: “è impossibile riuscire bene in tutto, ma posso provare a fare del mio meglio”.

Pensiero negativo: “non riesco” si trasforma in: “vediamo quali altre cose posso fare”.

Pensiero negativo: “sono cattivo se picchio gli altri” si trasforma in: “se continuo a picchiare gli amici, a loro passerà la voglia di giocare con me”.

 

 

Se hai bisogno di altre informazioni o consigli in merito all’argomento, non esitare a contattarmi.

 

 

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